Giöbia e Imbolc

Giöbia e Imbolc: due feste, un'unica radice.
di Cristiano Brandolini

La sera dell'ultimo giovedì del mese di gennaio di ogni anno, nelle terre tra Piemonte e Lombardia, si festeggia la Giöbia. Si erige un grande falò con in cima un fantoccio dalle sembianze femminili, la cosi detta Vegia, e la sera lo si accende e si fa baldoria.
Tutti lo facciamo ogni anno, da tempo immemore, ma quanti di noi si sono mai chiesti da dove nasce questa festa e che significato ha?

La festa della Giöbia - festa contadina propiziatoria di inizio anno - ha origini molto antiche, e non abbiamo dati sicuri di quando le genti iniziarono a festeggiarla. Presumibilmente è un'usanza nata nel medioevo, che probabilmente risentiva ancora di retaggi più antichi legati al periodo romano, infatti il nome Giöbia (Iovia, Ioviana, Gioeubia, Giubiana) si pensa possa derivare, dal dio latino Giove Iupiter-Iovis, da cui il relativo giorno della settimana “giovedì” e l'aggettivo Giovia.

Più presumibilmente invece potrebbe derivare dalla dea Giunone Iuno (moglie di Giove), antica divinità del matrimonio, del parto e della fecondità della terra, spesso rappresentata nell’atto di allattare, infatti nell'usanza popolare recente, questa figura materna è ancora presente, anche se il suo significato è stato stravolto da un'oscura presenza.

A questa festa è legata una storia tramandata oralmente dai nostri nonni, che narra appunto delle origini di questo oscuro personaggio e che qui vi riporto:
 

“Molti, moltissimi secoli fa, in una grotta, nel punto più fitto e oscuro dei boschi, viveva una terribile strega. Ella era talmente alta che quando usciva dalla sua grotta e si ergeva sulle sue secche gambe vestite di calze rosse il suo viso restava invisibile, nascosto dalle nubi. Da quell’altezza la Giöbia, questo il nome della terribile megera, controllava l’intero territorio e spaventava a morte chiunque osasse avvicinarsi alla foresta della quale era signora e padrona.

Nessuno sapeva come facesse, ma anche di giorno ella controllava il bosco, sebbene, come si sa, il sole uccida le streghe. Ma, dicevano alcuni, ella lanciava degli incantesimi per cui il sole non poteva toccarla.

Ella era avvezza a prodigar malvagie azioni che costringevano i pochi contadini della pianura a una vita di terrore e miseria.
Infatti, nessuno poteva recarsi nel bosco per far legna o coltivare nei terreni vicini perché subito la Giöbia interveniva spaventando o colpendo chi osasse sfidarla entrando nel suo territorio.

Tuttavia, com’è naturale fra le genti, i contadini si abituarono a questa situazione, s’accontentarono di coltivar meno, impararono a conoscere luoghi in cui raccattar fascine per cucinare e scaldarsi.

Se la Giöbia si fosse limitata a rimaner nel bosco forse sarebbero ancora lì, oggi, poiché la natura umana è quella d’abituarsi e affezionarsi pur’anco alle peggiori sofferenze così che si è restii a cambiar anche quelle situazioni che non ci piacciono ma che ormai hann raggiunto una certa stabilità.

Ma non tutti i cuori umani si somigliano e a certe idee e situazioni alcuni non possono o non vogliono abituarsi. La Giöbia poteva far tremare l’impavido cuore degli uomini, ma vi son cose che risvegliano l’astuzia delle paurose donne, specie quando queste son madri.

Ogni anno, nella notte dell’ultimo Giovedì di Gennaio la Giöbia si metteva in marcia.
A grandi falcate, senza mai toccar terra, con le sue magrissime gambe, di albero in albero, attraversava in pochissimo tempo l’intera foresta e, giunta al borgo si recava presso una delle case che ospitasse un bambino o una bambina e prima dell’alba le casette di terra e paglia eran svegliate dalle alte grida di una madre che rinveniva i resti del suo pargolo, divorato dall’orchessa, dileguatisi nel nulla prima del sorgere del sole.


Col tempo le madri smisero di dormire in quella notte e attendevano con gli occhi sbarrati nel buio che la terribile oscurità finisse, vegliando i propri pargoli e nonostante tutto vedendoseli strappati, dilaniati in un buio profondo.

Erano ormai molti anni che la Giöbia teneva i contadini sotto il suo giogo e, avvicinandosi la fine di Gennaio tutte le donne erano ansiose e non permettevano ai loro piccini di uscire ma se li stringevano al petto, pensando che forse, quella era l’ultima settimana che li avevano fra le braccia.

Ma vi era una madre che non era per nulla preoccupata, ella lasciava la piccolina giocare per strada con le galline e trascorreva l’intera giornata in cucina a cucinare non si sapeva bene che cosa, solo la sera fatidica, l’ultimo Giovedì di Gennaio, prese la sua piccina e la chiuse in casa, poi, appena il sole fu tramontato pose sull’uscio un enorme pentolone pieno di un risotto e salsiccia, chiamata «luganega».
Il risotto era caldissimo e spandeva un profumo penetrante e appetitoso per tutto il territorio.
Anche la Giöbia sentì il profumo le venne l’acquolina in bocca e immediatamente agguantò l’enorme cucchiaio che era nel pentolone e continuò a mangiare il risotto per tutta la notte ed era così golosa del risotto che non s’accorse del sole che sorgeva alle sue spalle.

Così i primi raggi la colpirono con la loro luce e il loro calore consumando il suo corpo con violente fiamme.
Inutile narrarvi della gioia che corse di casa in casa, di madre in madre alla notizia di come fosse stata sconfitta la Giöbia.
Dopo tanti affanni qualsiasi preoccupazione sembrò a quelle genti poca cosa ed essi vissero così sempre sereni e prosperi.

Da allora ogni anno, in ricordo di quell’evento, gli uomini preparano un grande fantoccio che rappresenta la Giöbia e lo fissano sulla sommità di un grande falò formato da fascine di legna. La sera dell’ultimo Giovedì di Gennaio tutto il borgo si riunisce attorno al falò, mangiano il risotto con la luganega e bruciano il fantoccio. Se ella brucia bene allora è segno che l’inverno non durerà molto e che l’anno sarà fortunato.”

Naturalmente questa è una storia fantastica, ma il significato che ci trasmette è che con questo “rito” le genti si liberavano di tutte le tribolazioni che l'inverno porta con se, problemi che erano impersonificati nella Giöbia, e che non potevano essere cancellati se non mediante un grande fuoco che li bruciasse, il falò appunto.

Questa è la Giöbia, una nostra usanza tutto sommato recente e di tradizione popolare, che potrebbe però avere un parallelismo e legare le proprie radici ad un'altra festa ben più antica.

Per continuare con questo racconto, dobbiamo fare un ulteriore salto nel passato e andare ancor più indietro del periodo medievale, dobbiamo arrivare all'età del Ferro, ai Celti, all'incirca al VI secolo a.C. e forse ancor prima.

I Celti erano le genti che popolavano gran parte dell'Europa ed erano presenti anche in tutto il nord Italia. Sono i nostri avi.

Il calendario che scandiva l'anno era diviso in Feste Solari e Feste Lunari.

Le due grandi feste lunari erano Beltane (30 aprile-1 maggio) vi si celebrava e venerava il dio Belenus lo Splendente, festa della fertilità dove si purificavano sia il bestiame che le genti, e Samonios (31 ottobre- 1 novembre) dove si ricordavano e veneravano i morti.
Erano le due feste più importanti del calendario celtico, perché segnavano la divisione dell'anno in due parti: la metà oscura e quella luminosa, ovvero l'inverno e l'estate.

Un'altra festa era Imbolc (31 gennaio-1 febbraio), conosciuta anche con il nome primordiale di Oimelc, celebrava l'allontanamento dell'inverno.

Lugnasad (31 luglio-1 agosto) segnava la riunione di tutti i Touta (Clan) nella grande celebrazione estiva in onore del dio Lug, dio del sole.

Le feste solari erano celebrate durante i solstizi e gli equinozi.

Yule (Solstizio d'Inverno, 21 dicembre), segava e celebrava la nascita del nuovo sole.

Ostara (Equinozio di Primavera, 21 marzo), sanciva l'equilibrio tra luce e oscurità.

Litha (Solstizio d'Estate, 22 giugno), è il giorno più lungo dell'anno. Come per Samonios, è un giorno in cui i confini tra il mondo terreno e quello sovranaturale sono sottili, durante i riti di celebrazione era molto facile avere esperienze sovranaturali.

Mabon (Equinozio d'Autunno, 23 settembre), è la festa di ringraziamento per i frutti della terra, i quali vengono divisi con gli altri, onde assicurarsi la benedizione degli dei durante i mesi invernali.

Di tutte queste feste, ve né una che è particolarmente affine alla nostra festa della  Giöbia: Imbolc.

La notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio, si festeggiava Imbolc, o anche Oimelc (questo era l'antico nome della festa che nasce come festa legata alla pastorizia e agli ovini).

Secondo il calendario celta, la giornata iniziava al tramonto del sole, per cui la celebrazione di Imbolc iniziava al tramonto del giorno precedente il 1 febbraio.

La parola Imbolc deriva dall'irlandese e significa "in grembo", e come tutte le feste celebrate dai Celti il suo significato è leggibile a più livelli.

Originariamente la festa faceva riferimento alla gravidanza delle pecore e del loro latte, infatti la parola Oimelc significava “latte ovino”.

In questo periodo infatti nascono gli agnelli e le pecore producono abbondante latte ed era un momento importantissimo per chi viveva di pastorizia e produzione casearia.

Un altro aspetto più simbolico e profondo di questa festa era il celebrare il ritorno alla luce, la durata del giorno ritornava ad allungarsi.

Gli dei venerati e celebrati durante questa festa erano Kernunnos divinità dei boschi e degli animali e sopratutto la dea madre Brighit la Triplice, figlia del dio Sole. La tradizione prevedeva che la festa fosse celebrata accendendo lumini, candele e i Druidi (sacerdoti) accendevano grandi faló rituali attorno ai quali era usanza danzare.

La dea Brighit la Triplice, venne poi assorbita poi dal Cristianesimo e mutata in Santa Brigida e nella festa della Candelora.

Dopo aver analizzato sia la festa della Giöbia, sia quella di Imbolc, è evidente che vi sono molti aspetti in comune tra le due.

Nella Giöbia come per Imbolc abbiamo un'associazione alle madri, alla maternità, ai figli e al latte.

In entrambe le feste si accendono falò e il fuoco, la luce ne sono i simboli principali.

In entrambe le celebrazioni il significato è esorcizzare le forze negative dell'inverno e propiziare l'avvento della primavera.

Entrambe le feste si festeggiano nello stesso periodo, concomitanti o a distanza di pochi giorni.

Anche il racconto sulla  Giöbia, trova rimandi alla tradizione di Imbolc, la vecchia “strega” rappresenta le forze negative dell'inverno e le tribolazioni che le genti devono affrontare ogni anno. Le madri e i loro figli sono presenti nella storia e ne sono un elemento importante, determinante e risolutivo per la sconfitta dell'oscura presenza che le minaccia e che divora i loro neonati, riportando a splendere il sole e continuando il cammino verso la nuova  e bella stagione, la Primavera.

Giöbia e Imbolc: due feste, un unica radice ben piantata nella nostra terra, nella nostra Cultura.